lavoro di ricerca, note storiche e bibliografiche a cura di Fabio Maffezzoni e Simone Agnetti
del Centro Culturale 999
edizione in fase di completamento e soggetta a rettifiche

"E dobbiamo girare, guardare, avere cura del patrimonio di questa nostra terra, perché se non avremo cura noi della nostra terra, chi mai ne avrà in vece nostra? E chi avrà mai cura di noi, che siamo incuranti delle stesse nostre cose?"
Loris Jacopo Bononi.

Carissimi Collebeatesi,
il Centro Culturale 999, Centro di Conoscenza, vuole farvi gli auguri per le festività omaggiando la popolazione con questo piccolo lavoro autoprodotto. Questa pubblicazione ha due funzioni: rinnovare il ricordo della storia del paese ai collebeatesi nativi (chèi de armèla) e dare il benvenuto a tutti i nuovi abitanti che si sono insediati nell'ultimo periodo (ì forestèr). Nella speranza di fare a tutti cosa gradita e di smuovere interesse nei confronti della tutela del nostro territorio, di ciò che rimane della civiltà contadina, dei nostri bei parchi e delle nostre colline, auguriamo a tutti buone feste e un felice anno nuovo
per il consiglio direttivo
: Fabio Maffezzoni, Simone Agnetti, Gianluca Monfredini


Sulla romanità
Sul territorio di Collebeato sono poche le tracce ritrovate dall'epoca romana, non risulta che vi fosse un importante centro abitato, il nostro territorio però aveva nell'antichità due funzioni ben precise: la prima era quella di zona di transito viario e la seconda era quella di terreno agricolo nel pagus romano. Nell'antichità la viabilità passava sulle nostre colline, probabilmente la strada proveniente dalla Val Trompia saliva la sella di Santo Stefano da San Vigilio e attraversava le nostre colline per scendere all'unico e solido ponte di Urago che permetteva di raggiungere Brixia, evitando il fondovalle impraticabile a causa delle paludi del Mella. Questa teoria è stata supportata dal recente ritrovamento di porzioni di selciato, probabilmente romano, sul percorso indicato. La zona pedecollinare era coltivabile e qualche abitante a Collebeato vi fu: lo testimoniano quattro cippi sepolcrali romani ritrovati nel nostro territorio. Uno di questi rinvenuto nel 1616 alla Congrega (oggi disperso) era dedicato ad un tale Gaio Mario e a sua madre Stazia, un altro, dedicato a Marco Giovenazio Magio è oggi conservato ai musei di Brescia, un terzo segnava un recinto sepolcrale di una famiglia, fu ritrovato nei pressi del Santuario ed è oggi murato nel Capitolium, dove si trova pure un'ultima lapide dedicata ad un liberto greco: Caio Appio Threpti e a sua moglie Lucilla Messia, probabilmente una "bresciana". Altre testimonianze "classiche" sono presenti nei giardini di villa Zoppola, ma si tratta di copie neoclassiche o materiali originali non trovati a Collebeato ma portati e riuniti per impreziosire il giardino con ruderi classicheggianti.

Il nome, il medioevo, i monasteri

L'origine più probabile del nome è dovuta ad una questione di soldi. Cobiato, dal latino copulatum (= accoppiato), non deriva dalla divisione del paese nelle frazioni di Villa di Sopra e Villa di Sotto avvenuta solo nel XIII secolo, il senso è giusto (accoppiato) ma l'origine probabile è a causa del benefitium copulatum (beneficio accoppiato), cioè la rendita accoppiata di due benefici, due tasse che la popolazione versava ai monasteri di S. Salvatore di Leno che dal 1014 possedeva la meta inferiore del territorio, la più paludosa che provvide a bonificare e rendere abitabile, e di S.Faustino di Brescia che possedeva la parte superiore, donata dal Vescovo di Brescia Ramperto che la possedeva già dal IX secolo, il Monastero di San Faustino edificò una cappella dedicata a quel santo di cui oggi si sono perse le tracce. L'aggettivo che i frati usavano per identificare quell'abitato che sorgeva a cavallo dei due possedimenti era copulatum (accoppiato), che diventa nei documenti dei monasteri Cubiatto e Cubiate nel 1014, Cubiate nel 1019, Cubiado nel 1186 e 1194, Cobiado nel 1237, Cobiato nel 1350, Cobeatum nel 1505 su delle carte, Coblat e Colle Beato nella seconda metà del Cinquecento nelle opere letterarie, Cobiad nel 1574, Couiat nel 1580 sulle carte vaticane, Cobiado nel 1610 sul catastico, Collebeato nel 1653 sulle carte ecclesiali, Collebeato nel 1701 sulle carte francesi, Cobiato nel 1779 su carte lombarde, Collebeato nel 1779 sulle carte lombardo-venete, e da quel momento in poi sulle carte napoleoniche, austriache e del Regno d'Italia in modo definitivo. Da Cobiato a Collebeato si passa tra il Cinquecento e il Seicento a causa di una poetica "italianizzazione" del nome, l'uso nel dialetto di Cobiàt non è quindi una semplice riduzione del nome Collebeato, ma il nome originale del paese. Il medioevo Collebeatese inizia quindi presto, con le prime abitazioni in luoghi sicuri, cioè sulle colline. Sorto come nucleo assistenziale S.Stefano fu una residenza estiva dei monaci Benedettini di S.Faustino che vi costruirono nel sec. XV un rilevante complesso che poi venne prolungato ed arricchito di portici e di loggette. Dai Benedettini passò poi ai Gerolomini del convento delle Grazie di Brescia che lo scelsero come luogo di villeggiatura e di riposo passando nel 1668 ai Gesuiti che nel 1680 circa, lo ingrandirono. A metà del settecento restaurarono ed abbellirono anche la cappella, oggi spogliata di tutto. Mentre ai Campiani sorse anche un casamento fortificato, tipico delle nostre zone detto Castello, poi trasformato in casa signorile, divenuto nell'800 proprietà degli Ospedali Civili, poi a Barbi e ora sede del Carlo Magno, e altre case e cascinali di collina tutt'oggi ben visibili. Il primo abitato nella pianura si sviluppò sulla strada che da ponte Crotte alla Pendolina sale al Conicchio passando per Collebeato, a ricordo di questa strada resta piazza Carrobbio (l'antico Quadrivium) e poco lontano vi è la località "Sguass" che ricorda l'antico guado al fiume Mella che si trovava sulla strada che da Collebeato conduceva a Concesio. Il Collebeato delle origini era costituito da tre centri abitativi ben distinguibili fino a metà novecento, l'aggregato di Villa di Sopra intorno al santuario, l'aggregato di Villa di Sotto intorno alla parrocchiale e sull'asse di via Roma e i caseggiati dei Campiani.

Battaglie e Età Veneta
La vicinanza con Brescia coinvolse anche Collebeato nelle vicende della città. Il dominio di Venezia, che rese Brescia e la sua provincia, un floridissimo centro economico di terraferma, durò dal 1426 al 1797, dominio contrastato dai poteri vicini, di cui "Cobiato" fece spesso le spese. Nel novembre 1438 il paese fu occupato dall'esercito visconteo di Milano guidato dal Piccinino e servì come base del tremendo assedio a Brescia. Nel 1483, a Collebeato, nei tre mulini "di sopra", "di mezzo", "di sotto", irrigati dalla Roggia Cobiada, si macinava il grano per il fabbisogno dell'esercito veneto accampato in territorio bresciano che resisteva agli attacchi del Ducato di Ferrara. Nel 1512 vi furono terribili scontri fra veneti e francesi nel nostro paese ricordati nel poemetto "Il pianto del dio Pan per la rovina del Colle Beato" scritto da Mariotto Martinengo.
Centro del Risorgimento
Collebeato fu al centro del risorgimento bresciano e della causa per l'unità nazionale, fu un periodo di grandi e clandestine lotte tra la nascente Italia e gli invasori austriaci. Nel 1797 Brescia e tutta la decadente Repubblica di Venezia, dopo quattro secoli di autonomia, vennero cedute da Napoleone Bonaparte all'Austria col trattato di Campoformio. Il malcontento esplose definitivamente con l'insurrezione del 23 marzo 1849, le famose Dieci Giornate di Brescia. Parecchi collebeatesi parteciparono alle Dieci Giornate e Tito Speri, capo della rivolta, trovò in paese appoggi generosi per la sua azione insurrezionale. Nel brolo che si trova dietro il Palazzo Martinengo, ove adesso ci sono le scuole e l'oratorio e nelle vallette vicine, Tito Speri tenne esercitazioni militari in vista della rivolta contro l'Austria. Nel roccolo dei sacerdoti don Luigi Quaglieni parroco nel 1848 e 1849 e don Simone Quaglieni, nativi di Collebeato, sulla collina del Cereto (Saret) rimasero nascoste le armi usate poi durante le Dieci Giornate. Ma i bresciani vennero sconfitti. Dopo che lo Speri venne arrestato nel 1852 e ucciso nel 1853, Pietro Botticini, fattore del conte Zoppola, continuò la sua attività clandestina e nel 1856 accolse, trasportati da Alessandro Sora dalla Torre di Porta Bruciata in piazza Loggia al teatrino nella casa Martinengo a Collebeato, i caratteri e il rullo tipografico per la stampa di manifestini antiaustriaci, dettati da Faustino Palazzi e da Carlo Giustacchini di Nave, vennero tutti condannati di alto tradimento, e furono fuggiaschi fino all'unità nazionale nel 1860. La vita di Tito Speri fu raccontata nel romanzo storico "Il leone di Brescia" di Don Piero Rigosa. Il dominio austriaco portò non solo dittatura ma anche ordine e istituzion i, gli austriaci costituirono il catasto e mapparono il territorio con criterio moderno, realizzarono il cimitero e costruirono l'attuale ponte sul Mella, di cui possiamo ammirare il pilastrone bianco in pietra locale.
La civiltà contadina, la civiltà del pesco, la pietra e l'industria
Soppresso il monastero di S. Croce nel 1797, le vaste proprietà che esso aveva in Collebeato passarono a privati, ed in particolare ai Sorelli. Simone Carlo Sorelli, Cavaliere, ricordato dai contadini per le molestie che praticava presso le giovani del paese, con testamento del 1 giugno 1888, per "chiedere perdono a Dio delle sue malefatte", lasciò l'intera sua vastissima proprietà all'Ospedale Civile di Brescia, costituendo un legato per le partorienti di Collebeato, si tratta di tutti i terreni a sud del paese e parte delle colline. Collebeato nell'ottocento si delineava diviso in grandi latifondi. Dopo una prima coltivazione di vigneti, la coltivazione delle pesche ebbe un notevolissimo rilancio. Di fronte alla devastazione dei pescheti a causa di una malattia diffusasi nel 1908, il cav. Filippo Rovetta importò nel 1919, direttamente dal Canada, piantine di pesche che rigenerarono la coltivazione locale. Insegnò la potatura delle piante ed introdusse, come prevenzione delle malattie del pesco, frequenti irrorazioni delle quali alcune in pieno inverno, ottenendo una produzione annua di 10 mila quintali di pesche. Filippo Rovetta migliorò le case dei mezzadri e introdusse macchine per l'agricoltura, non ultimo donò denaro e Palazzo Martinengo per creare l'Asilo del paese, da cui deriva l'Ente Morale Filippo Rovetta tutt'oggi operante nel campo sociale. Collebeato vinse negli anni '30 premi a livello nazionale per la qualità delle pesche prodotte. Le alture di Collebeato sono ricche di pietra litografica che s'impose all'esposizione di Parigi nel 1855. Era stato il dott. Claro Malacarne nel 1828 a suggerire l'applicazione agli usi litografici della pietra di Collebeato che somiglia alla pietra litografica di Pappenheim. Il Cocchetti nel 1857 indicava "la pietra marmosa sparsa di dendriti nere e giallognole, come suscettibile d'ottimo pulimento e non cede all'alberese della Toscana". Ma il futuro della pietra di Collebeato non sarebbe stato legato alla litografia ma al cemento e ad un clamoroso caso di devastazione ambientale. Sfruttando la roccia della località Jana, sulle pendici del monte Sasso, sorse nell'ottobre 1956 uno stabilimento per la produzione di cemento la CEMBRE (Cementi Brescia) che venne chiusa nel 1965, la polvere espulsa dal cementificio, che non aveva filtri e dopo reclami, ne aveva di insufficienti, ricopriva i pescheti "cementando" letteralmente i frutti. Collebeato, da paradiso di specializzazione agricola rinomato per le sue pregiate pesche, non poteva più venderle a causa della cattiva fama prodotta dal cementificio. L'industrializzazione bresciana tolse nel giro di pochi anni braccia ai campi per portarle in officina e la civiltà contadina, che aveva prodotto conoscenze e tecniche agricole specialistiche sparì velocemente a metà novecento. Gli Spedali Civili vendettero a loro volta i vastissimi possedimenti all'industriale Barbi, il quale negli anni '80 costruì l'attuale zona industriale. A Collebeato si può ancora ammirare qualche interessante scorcio lasciato dalla civiltà contadina. Molto caratteristico, e tutt'oggi coltivato, è il brolo dei "Grege" in via Trento, tipico campo coltivato, racchiuso in muraglia, con ingresso decorato da cancellata in ferro e colonne con palle di pietra, spesso i broli erano inseriti nell'abitato o ai margini. Il brolo che era di via Roma con la sua muraglia merlata, che era di grande pregio è stato recentemente urbanizzato. Bellissimo il vigneto e il frutteto storico della Contessa che costeggia via San Vito, ancora ben conservato nella coltura e nella forma racchiusa da mura e da ingressi imponenti, sull'ingresso principale campeggia un altissimo platano secolare. Gioiello di Collebeato sono le Colline ancora coltivate a uliveto e a bosco. Particolarmente interessante è anche la cultura dei Roccoli tenuti vivi e puliti grazie ai cacciatori, di cui le nostre colline portano esempi interessanti. I grandi pescheti che avevano caratterizzato il paesaggio sino agli anni 50 sono quasi tutti scomparsi con la scomparsa delle ultime aziende agricole. Un tentativo di rilancio è in corso da parte della Pro Loco e dal Comune, con l'annuale sagra delle pesche e con il liquore Peschello
Il novecento
I primi anni del secolo scorso portarono una guerra di rilievo mondiale e a Collebeato se ne sentirono i riflessi a causa della vicinanza con i luoghi dello scontro. Sulla collina del Picastello ancora oggi possiamo notare le trincee, opere che vennero scavate nella collina a difesa della città. A memoria d'uomo è giunto ai nostri giorni il ricordo di una polveriera presente sulle nostre colline. Dal primo al secondo conflitto mondiale ricordiamo i grandi possidenti del territorio di Collebeato e le vaste coltivazioni di vigneti prima dell'avvento della coltivazione su scala industriale del pesco importato dal Canada dal cav. Filippo Rovetta. Con l'avvento del pesco, coltura assai redditizia ed esportata anche all'estero, l'economia assolutamente povera e spesso indigente si riesce a sollevare, anche se deve ancora arrivare il secondo conflitto mondiale, più feroce e sanguinolento del primo. È nel 1948 che a Collebeato si ripropone, dopo l'interruzione dovuta alla guerra, la festa delle pesche per lanciare e far conoscere il prodotto tipico del paese. Con il cambiamento della società da agricola in industriale, ma anche dalla minore produttività dei terreni, e dalla concorrenza romagnola, la coltivazione del pesco va in crisi e tantissimi contadini diventano operai, con la promessa di un reddito sicuro, non soggetto allo scorrere delle stagioni e alle intemperie. Sostanzialmente la forma dell'abitato di Collebeato varia poco fino agli anni 50-60 quando, padre Marcolini e la sua cooperativa, iniziano la costruzione, prima di un villaggio quello vicino al Mella e poi dell'altro. È nei successivi anni che nascono, prima delle cooperative, poi dei piani di edilizia economica popolare con l'intento di dare una casa alle numerose giovani famiglie. Dagli anni 70 inizia poi a maturare una consapevolezza di protezione del territorio, che ha portato ai nostri giorni la creazione del "Parco delle Colline di Collebeato" e probabilmente domani si arriverà al "Parco delle Colline di Brescia".
La Comunità Cristiana
Mentre il territorio era diviso tra i vari monasteri, si stava sviluppando una piccola comunità cristiana dipendente, con quella di S.Vigilio, dalla Pieve di Concesio. Nel 1410 risulta a Collebeato una parrocchia, col titolo di S.Paolo, staccatasi dalla Pieve per le difficoltà che i sacerdoti avevano nell'attraversare il Mella, essa si lega ad un ulteriore monastero, infatti, dal 1509 gran parte del beneficio parrocchiale passò al monastero di S.Croce, con bolla di papa Giulio II. La priora Francesca Caprioli si era impegnata in gravi spese per la fabbrica del nuovo monastero, l'attuale complesso ancora esistente in via Roma, e per il mantenimento della fiorente comunità religiosa nella quale spiccava la personalità di suor Laura Mignani conclamata dal popolo come beata. Da allora il parroco di Collebeato venne nominato e mantenuto dalla badessa di S.Croce, sulla facciata è tutt'oggi dipinta una gran croce con la data 1702, stemma del Monastero. Dal 1771 il parroco venne nominato dal vescovo pur rimanendo mercenario del monastero fino a quando questo fu soppresso nel 1797. II diritto di nomina del parroco, che avrebbe dovuto spettare all'Ospedale di Brescia, ereditario del beneficio parrocchiale, venne invece usurpato dal Governo Austriaco e divenne poi di Patronato Regio; tale rimase fino ai Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929, il parroco don Antomelli è stato il primo liberamente nominato dal vescovo e non dal Re. La chiesa fu riedificata nel seicento e nel settecento. Aveva quattro altari ed era servita da setto-otto sacerdoti. Nel 1801 il conte Gerolamo Silvio Martinengo arricchì il campanile di quattro nuove campane, e donò più tardi un prezioso organo Amati. La chiesa parrocchiale venne allungata di una campata e dell'abside nel 1895/1896; per iniziativa del parroco don Giovanni Quaranta. Assieme veniva costruita la canonica. La chiesa venne poi restaurata e decorata nel 1936 per iniziativa del parroco don Andrea Antomelli. Degli anni venti è il teatro-cinema, che rischiò di andare incendiato con la canonica per opera di gruppi fascisti che si opponevano al parroco don Abramo Rantini, dichiarato antifascista e salvato dai giovani dell'oratorio che guidati dal curato fermarono i fascisti. Il teatro-cinema è sempre stato luogo importante della comunità, da anni vi opera la compagnia dialettale "Camelia de Cobiàt", ristrutturato alla fine degli anni '80 è attivo come cinema, con una programmazione di prima linea, vi è organizzato annualmente il Cineforum Samarcanda. Raccoglitore di storia locale, di fatti e riflessioni è il bollettino parrocchiale, pubblicazione periodica, che ha cambiato diversi nomi, ma il cui primo numero è del luglio 1959. Altra figura di spicco della cristianità collebeatese fu Eugenio Rigosa, cattolico estremista, vicesindaco del paese e attivo in politica fino all'avvento del fascismo, (a causa del quale si ritirò), benefattore, era definito un "prete laico", poiché non poté, per problemi economico-famigliari prendere i voti. Molta devozione i collebeatesi hanno sempre avuta per il santuario della Madonna del Pianto o della Calvarola così chiamata perché si trovava ai piedi del "calvo", il colle di S.Stefano.
Nel sec. XV-XVI la chiesetta era dedicata alla Vergine SS. Nelle tradizioni del paese è rimasto il segno di un'apparizione della Madonna che portò alla ricostruzione e ampliamento del tempio nel 1701. Vi è venerata un'immagine cinquecentesca della Madonna in trono con S.Giovannino. Elegantissimo nel disegno architettonico, quasi ottagonale, con tre altari, il santuario é illeggiadrito da una graziosa e ricca decorazione settecentesca dovute al pittore Pietro Scalvini datata 1737. Nel 1973 il santuario venne ancora completamente restaurato nelle pitture e nell'ambiente, cavando l'antico pavimento e applicando l'attuale. I collebeatesi sogliono chiamare il loro santuario col vezzeggiativo di Madonnina. Una piccola chiesa esiste ai Campiani costruita assieme al complesso dell'abitato dalla nobile Isabella Arrighi morta appena a 26 anni nel 1793. Collebeato conserva cari ricordi dei soggiorni di Giovan Battista Montini, futuro papa Paolo VI, che trascorreva parte delle sue vacanze di fanciullo e di giovane in casa Uberti in via Trento, dove visse la signorina Camilla Uberti, suora di sant'Angela Merici, benefattrice, morta in concetto di santità. Don Montini celebrò al santuario della Calvarola una delle sue prime messe. Prima di lui un altro futuro papa faceva visita agli Uberti, era Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Giovanni XXIII, amico di Giuseppe Uberti, si erano conosciuti in Bulgaria.
Il Comune
Il territorio di Collebeato nel 1014 passato ai re longobardi venne donato con Gussago, Rodengo e Saiano, al Monastero di Leno perché provvedesse alla bonifica dei terreni abbandonati o paludosi incentrati intorno alla chiesa di S.Paolo. La metà superiore del paese divenne proprietà del Vescovo e poi del comune di Brescia e della vicinia di Collebeato, la quale vicinia o comune aveva fatto costruire, nel secolo XI almeno, la chiesa di S. Stefano e teneva la proprietà assoluta di tutto il monte circostante. Si trattava di una assemblea democratica e rurale che prendeva decisioni autonome sul territorio. Nel 1280 Collebeato risulta tra i ventitre comuni che avevano l'obbligo di versare la quota per il mantenimento del ponte delle Crotte. Nei quattro secoli di governo Veneto l'istituzione autonoma municipale venne mantenuta. Durante il governo Napoleonico venne fatto il riassetto contabile del territorio, a quello fondato sul catasto si affiancò una nuova ripartizione basata su dipartimenti, distretti, cantoni e comuni. Molti perimetri municipali furono mutati e anche Brescia si trovò in un nuovo assetto. Nel 1805 vennero definiti i confini di quel territorio che si sarebbe successivamente chiamato Provincia di Brescia: il Dipartimento del Mella. Nel 1813 al comune di Brescia furono aggregati Flero, Castelnuovo (oggi Castelmella) e Collebeato. Queste annessioni saranno sconfessate dal successivo governo austriaco nel 1816. L'annessione di Collebeato a Brescia durò quindi circa tre anni. Negli anni più recenti si raccontano storie di volontarie annessioni da parte dei comuni della prima cintura di Brescia. Collebeato, forse per la sua posizione, (si trova sulla sponda destra del fiume Mella, mentre la città e la maggior parte dei comuni è a sinistra) ha sempre mantenuto nel passato la sua autonomia, dovuta a una scarsa appetibilità da parte della città. Le recenti annessioni (San Bartolomeo, Mompiano…) si possono spiegare tenendo presente come il territorio del comune di Brescia sia un territorio poco esteso, e soprattutto negli anni del grande boom (anni 50-60) la città guardava ai territori vicini con mire espansionistiche. Ora, sia perché il clima è completamente diverso, sia perché la legislazione vigente tutela i comuni questo rapporto così impari è venuto meno e si cerca negli accordi di programma modi diversi per gestire i problemi facendo attenzione al principio della sussidiarietà.
La nobiltà, i parchi, le ville
Martinengo, Zoppola, Torre, Durante, Comini, Arrighi, Maggi, queste le principali famiglie nobili che lasciarono a Collebeato palazzi, ville, donazioni e bellissimi parchi e giardini. Già nel 1304 un Pietro Martinengo, conte, aveva sposato certa Giacoma de Beldocaris, possidente a Collebeato. Ma fu soprattutto Antonio Martinengo da Padernello che nel 1453 acquistò una vasta possessione a Collebeato che lasciò per metà al figlio Gaspare. Altri beni passarono ai Martinengo della Pallata. I Martinengo vi eressero nel quattrocento la villa detta "La Palazzina", all'interno si conservano in affresco gli stemmi di tutte le famiglie Martinengo che ebbero a che fare con Collebeato. "La Palazzina" passò al nobile Annibale Maggi che con testamento del 26 dicembre 1855 la lasciò alla Congrega Apostolica di Brescia da cui poi venne acquistata da Filippo Rovetta nel 1919 per diventare Asilo infantile, passata al Comune negli anni '70 oggi diventata biblioteca. I Martinengo nel 1554 possedevano ai Campiani 90 piò di bosco, che poi passarono ai nobili Arrighi i quali edificarono l'abitato e la chiesetta di Sant'Antonio. Più recente è l'altra villa Martinengo diventata oggi dei Pancera di Zoppola Bona, edificata nel sec. XVI-XVIII vi sono ambienti decorati a stucchi e affreschi di gusto neoclassico. Poco distante dalla villa settecentesca sorge un palazzo almeno quattrocentesco, con belle finestre gotiche e con ornamentazioni singolari. Amplissimo e lussureggiante il parco in cui si ergono scenografie naturali e ruderi neoclassici. Il patrimonio dei Martinengo, alla morte dell'ultimo conte Gerolamo Silvio, letterata e benefattore, avvenuta nel 1833, passò al cugino Alessandro Molin e attraverso la figlia di questi, Maria, sposata al Conte Panciera di Zoppola ai discendenti di questi, tutt'ora possessori e manutentori del parco e dell'edificio. I Conti Durante costruirono la villa tra i possedimenti Martinengo, lasciata poi alla Congrega Apostolica e ora abitata da privati, anche se in gran parte trasformata e modificata, conserva ancora linee chiaramente quattrocentesche, portici e ambienti decorati, ampie cantine di rilevante interesse. Le proprietà di S.Stefano e di S.Croce dopo le soppressioni napoleoniche passarono al nobile Luigi Torre, appassionato botanico e poi al latifondista Sorelli. Torre, a metà ottocento, realizzò il parco (ora Parco 1° Maggio) ricco di specie botaniche adornato da due ingressi in pietra, costruì l'attuale Salone "La Serra" nel quale, da vari incroci, produsse la camelia bianca denominata la "Vergine di Collebeato", dedicata alla Madonna della Calvarola, la quale emigrò sul Lago Maggiore, da dove la riportò a Collebeato il cav. Firmo Bolpagni. Anche i nobili Seccamani avevano terreni e una villa a Collebeato (in via Roma ora di privati), la sig.ra Giulia Seccamani Comini in ricordo del giovane figlio scomparso eresse nel 1932 la casa di riposo, diretta dalle Suore Dorotee, venne ampliata nel 1974 su disegno dell'ing. Vittorio Montini.
I Letterati
E' nel Cinquecento che Collebeato (o meglio Coblato) lega il suo nome ad un'opera letteraria, si tratta della "Massera da bè" (la brava massara), un componimento in versi bresciani composto da Galeazzo Dagli Orzi (di Orzivecchi), segretario di Mariotto Martinengo. Il poema, denotato da una forte concretezza realistica, mette in versi le vicende culinarie di Flor de Coblat, povera donna che con le sue capacità cerca di ingraziarsi e farsi assumere dai nobili del paese. Venne pubblicata nel 1554 a Brescia e poi con modifiche linguistiche nel 1565 a Venezia, la si può oggi leggere nella pubblicazione di G.Tonna "La massera da bé", (Brescia, 1978). L'opera fu fino a pochi decenni fa attribuita a Mariotto Martinengo, il quale era scrittore sì, ma non si interessava certo di massare, ma di armi e potere e scrisse con gusto arcadico "IL PIANTO DEL DIO PAN, PER LA ROVINA DEL COLLE BEATO", che nascondeva sotto figure mitiche le disastrose distruzioni ad opera delle soldatesche di inizio secolo. Così il nome di "Coblat" e di "COLLE BEATO" iniziarono a circolare in due opere letterarie del Ciquecento. Tra i contemporanei ricordiamo invece Don Piero Rigosa (1889-1968), poeta, narratore e giornalista. Il maggiore degli scrittori che hanno avuto a che fare con Collebeato, sia per la quantità di opere edite, sia per la qualità. Insegnante al seminario diocesano, al Liceo Classico "C.Arici" e al Liceo "A.Calini", fu insegnante di Giovan Battista Montini, fondatore nel 1918 del giornale "La Fionda" distrutto nel 1926 dai fascisti. Pubblicò: "Su l'urne dei forti" (Queriniana, Brescia, 1920), "Canti e pianti" (Queriniana, Brescia, 1923), "Ciliegie Novelle" (Morcelliana, Brescia, 1926), il romanzo storico dedicato a Tito Speri "Il leone di Brescia" (V.Gatti, Brescia 1932), "Piccolo poema del Mare" (Periodico Arici, Brescia), "I racconti del parroco" (Queriniana, Brescia, 1958), con lo pseudonimo di "Tone Barbel" scrisse numerosi racconti in dialetto sul bollettino parrocchiale "Lo Spirito", fu anche traduttore. Interessanti anche l'operato di alcuni poeti locali come Emma Bellotti Sorce, già maestra nelle nostre scuole elementari, poetessa intima e colloquiale, che ha pubblicato tre raccolte di poesie: "Per risvegliare Amore alla Poesia" (Pavoniana, Brescia, 1980), "En pò de töt" (Pavoniana, Brescia, 1983), "Immagini e volti" (Edizioni APE, Terni, 1985). Belli anche i lavori di Ernesto Bonera, già sindaco di Collebeato, pittore e artista poliedrico; ha pubblicato tre raccolte di poesie: "La terra delle rimembranze" (Editbrixia, Brescia, 1990), "Lo stupore d'essere" (Brescia, 1994) e "Comunque ed Ancora" (Brescia, 1997). Altro importante scrittore è il giornalista Don Franco Frassine, parroco a Collebeato a metà degli anni '80 dove ora risiede; della sua vasta produzione ricordiamo la sua ultima opera "Riverisco, sior cürat" (Centro Oratori Bresciani, Brescia, 2002), saggio storico sul fenomeno dell'Oratorio nella Diocesi di Brescia.
Bibliografia e Storiografia
Importanti approfondimenti si possono fare leggendo le pubblicazioni su Collebeato, molti si sono applicati allo studio della nostra storia locale, in particolare nella seconda metà del Novecento, la prima monografia è però del 1937 a cura di Mons.Guerrini "Collebeato: memorie storiche parrocchiali". Il primo gruppo di studiosi di storia locale si ebbe quando, negli anni settanta, fu creato il "Gruppo Incontri", vivace associazione di giovani ricercatori che affiancavano allo studio dei documenti anche la ricerca diretta sul territorio, pubblicarono "Storia di Collebeato" a puntate sul Bollettino Parrocchiale, ma poi per esaurimento di mezzi si dovettero fermare al quarto capitolo. Nel 1976 la Regione Lombardia pubblicò per la serie "Mondo Popolare in Lombardia" il volume "Brescia e il suo territorio", grazie a Sandro Fontana, Collebeato compare in un bel capitolo con quattro importanti autobiografie di collebeatesi. La prima pubblicazione di una certa completezza sulla nostra storia locale fu realizzata dal Consiglio Pastorale Parrocchiale in "Collebeato Cenni Storici" (Pavoniana, Brescia, 1980), opera realizzata grazie agli studi pubblicati su "Enciclopedia Bresciana". La convergenza delle varie esperienze di studio confluirono nel volume realizzato dal Comune "Collebeato Materiali per una storia" (Grafo, Brescia 1991) a cura della prof. Laura Roncaglio (futuro sindaco) a cui lavorarono: Domenico Andreoli (già sindaco e studioso d'arte), Emilio Guzzoni (che ha realizzato un'ottima ricerca archivistica), Piergiorgio Palamidese (già parte del Gruppo Incontri che realizzò le prime ricerche sul territorio) e Marisa Sacchetti. Ancora il Comune e Laura Roncaglio pubblicarono "Gli anni della paura e della speranza" (Grafo, Brescia, 1993) volume di memorie di guerra e di esperienza partigiana. Ultime tre monografie su Collebeato sono: "Pèrseh de Cobiàt" (Fiorucci, Collebeato, 1996) a cura di Marcello Zane e voluto dalla Pro Loco e dal Comune, come pure "Le santelle di Collebeato" (Fiorucci, Collebeato, 2000) opera curata da Domenico Andreoli in seguito al restauro delle stesse e, sempre a cura dell'Andreoli e di Rossana Prestini, "La casa di riposo "Augusto Mario Comini" di Collebeato" (Tipografia Camuna, Brescia-Breno, 2001). In elaborazione da parte del Centro Culturale 999 la storia dell'Ente Morale e dell'Asilo "Filippo Rovetta". Questa la carrellata delle monografie finora realizzate da studiosi Collebeatesi di storia locale su cui si possono fare approfondimenti. Tutti i volumi sono reperibili nella biblioteca di Collebeato

lavoro di ricerca, note storiche e bibliografiche a cura di Fabio Maffezzoni e Simone Agnetti
del Centro Culturale 999
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