| Il
Santuario della Beata Vergine di Calvarola (la Madonnina)
Raccontare
la storia del santuario della Madonna della Calvarola non è semplice
per mancanza di documentazione specifica. Per tracciare un profilo storico
bisogna percorrere strade che non transitano nel nostro territorio, ma
percorrono altri siti legati marginalmente alla nostra comunità,
ma implicati con i grandi avvenimenti politici della città.
Il primo documento che individua tre chiese a Collebeato risale al 1194
e fa riferimento ad una controversia tra l’abate del monastero di
S. Benedetto di Leno e il vescovo di Brescia. E’ menzionata una
chiesa dedicata ai SS. Faustino e Giovita. Sebbene venga citata come ufficiata
dal collegio di chierici della parrocchia, non si trovano indicazioni
territoriali nell’assetto urbano del paese, diversamente dalle chiese
di S. Paolo e di S. Stefano. Verosimilmente si può pensare che
la chiesa dedicata ai santi martiri bresciani sia stata nel tempo rinnovata
e dedicata alla
Beata Vergine Assunta. Due sono gli argomenti che possono avvalorare l’ubicazione
della chiesa medioevale nel sito occupato dal santuario: il primo vede
al centro del nucleo abitato, storicamente individuato come “Villa
di Sopra”, la presenza della chiesetta di sicura importanza culturale
e religiosa per quest’area urbana. Il secondo è legato alla
politica dei benefici della mensa vescovile. Presso il confine nord-ovest
del comune di Collebeato, nel territorio di S. Vigilio, il cenobio di
S. Faustino maggiore di Brescia, di cui il vescovo era protettore, aveva
ampie proprietà sulle colline ancora oggi individuabili nella cascina
“Casot”. Per raggiungere i possedimenti di S. Vigilio si seguiva
il percorso che da Brescia portava alla chiesetta dei SS. Faustino e Giovita
a Collebeato e da qui, con comodo e facile tracciato, si arrivava al valico
di S. Stefano e si scendeva nella valle Sorda. L’alternativa a questo
breve percorso era il tracciato romano che da ponte Crotte, scavalcando
il monte Picastello, raggiungeva i Campiani e S. Stefano, poi la valle
Sorda, oppure la strada romana per la valle Trompia, che deviava a Concesio.
Non si hanno notizie del mutato titolo della chiesetta da S. Faustino
e Giovita in Madonna della Calvarola come santuario votivo, dovuto ad
una probabile apparizione della Vergine ad un poverello, o al titolo di
S. Maria Assunta, comune dedica delle cappelle rurali medievali, confermato
anche dal ciclo di affreschi in essa contenuti. Il titolo di “S.
Maria”, utilizzato in alcuni documenti, è la prima consacrazione
della chiesetta alla Vergine Assunta, riedificata nei primi decenni del
1500. Altre definizioni del santuario, come “Madonna del Patrocinio”,
le troviamo in testamenti o donazioni, il diminutivo “la Madonnina”,
è espressione della devozione popolare verso la Madonna.
Il primo documento che individua la chiesa di S. Maria a Collebeato è
il catalogo del capitolo della Cattedrale del 1410, il quale contiene
l’elenco delle chiese impegnate a versare la decima dei loro benefici
alla mensa vescovile, cioè al mantenimento del collegio clericale
della cattedrale. Il secondo documento in cui è citata la chiesetta
della Calvarola è la bolla di papa Giulio II del 4 marzo 1508 con
la quale fa dono alle monache di S. Croce dei benefici della chiesa di
S. Paolo e S. Maria. Con questo strumento pontificio, le due chiese del
piano vengono ad essere amministrate dalle suore con l’obbligo di
mantenere il parroco.
Il culto alla Vergine e la devozione dei collebeatesi alla Madonna della
Calvarola è sempre stato vivo. Numerosi testamenti presentano donazioni
e lascit in favore del santuario, molti gli ex voto lasciati per grazia
ricevuta.
Che cosa si può dire dall’apparizione della Vergine ad un
cittadino di Collebeato? La tradizione vuole che l’immagine della
Madonna col Bambino, rappresentata nella chiesetta, sia apparsa a un poverello,
il quale, in un attimo di estrema disperazione, rivolse l’ultimo
pensiero alla Vergine Maria, chiedendo la guarigione fisica e la forza
della fede. Il luogo dell’apparizione, secondo le voci dei più
anziani, si trova sui primi balzi della Calvarola, appena sopra le ultime
case di via Marconi, presso il sentiero che porta a S. Stefano. Qui è
presente un ceppo di ulivo, protetto da un muretto in pietrame. Un atto
del vescovo, che assicura ai fedeli la benevolenza di Maria verso il suo
popolo, rintracciato in una stampa incisa nel 1940, realizzata in copia
da un’altra del 1760 circa, sembra avvalorare la tesi dell’apparizione.
Il testo della stampa cosi riporta: “La miracolosa antica immagine
della SS. Vergine di Calvarola di Cobbiado diocesi di Brescia. Dedicato
alli benefattori di detta immagine. L’Eminentisimo Sig. Car. Gio
Molino vescovo di Brescia, concede giorni cento d’Indulgenza, a
chi reciterà tre Ave Maria ogni sabato alla presente immagine”.
Con la concessione dei benefici della chiesa in favore delle suore di
S. Croce, onde provvedere al loro sostentamento, si può attribuire
alle medesime la volontà di rimodernare la chiesa di S. Maria in
cambio dei vantaggi economici ricavati dalle rendite dei beni in loco.
Questa ipotesi è accreditata dallo studio strutturale dell’edificio
i cui caratteri principali, ancora evidenti, confermano l’impostazione
cinquecentesca del suo impianto. Per riconoscerne i segni bisogna rivisitare
la chiesa senza l’attuale presbiterio, aggiunto in un secondo intervento,
il quale distrae l’attenzione sui volumi essenziali che caratterizzano
lo spazio originale.
La chiesa è un blocco compatto, semplice, regolare e di slanciate
proporzioni. I quattro arconi della zona inferiore inquadrano tre altari
e il portale. L’arco di ingresso si estende leggermente con una
volta a botte di relative dimensioni, sotto la quale era posta la cantoria.
I quattro archi sono collegati tra di loro da una parete obliqua, ognuna
di queste è alleggerita e sfondata dalla nicchia di cui, quella
a sinistra in alto, era in funzione di ingresso al piccolo vano della
sacristia. La geometria così composta forma un ottagono irregolare
che in alzato, in successione di archi e pennacchi, sostiene l’elemento
circolare di imposta della cupola. Nella parete, tra la cornice di imposta
degli archi e il voltino di profondità, si aprono quattro luci
che rischiarano l’interno. L’impressione visiva predominante
di questa soluzione geometrica, rispetto ad altre tipologie di piante
centrali, animate dallo sviluppo spaziale di moduli in aggetto e rientranze,
è che si presenta senza alcune pretese di giochi di forze contrapposte
e di effetti scenici. E’ proprio nell’essere semplice, senza
interferenze di aggregati ed elaborate forme, che al suo interno ci si
sente liberi, senza il peso delle strutture che incombono sui presenti.
L’armonia delle forme scaturisce dalla singolarità dello
schema di base, il quale mette in risalto l’alzato nelle eleganti
linee curve degli archi contrapposti alle superfici piane del lato corto.
L’architettura usa il linguaggio dei simboli per coniugare lo spazio,
le superfici e i volumi con le geometrie da essi sviluppate; ha espresso,
nelle assemblate forme e nei volumi pieni e vuoti, significati simbolici
per rafforzare lo spirito religioso.
Nel Cinquecento il pensiero filosofico esaltò i valori della geometria
per stabilire la relazione dell’uomo con Dio. Questa convergenza
è stata sintetizzata con l’espressione grafica di una figura
umana raccordata sulla circonferenza del cerchio, la cui equidistanza
dei punti periferici dal centro, simbolo di Dio, incorpora l’armonia
dell’universo. La comprensione dell’armonia universale con
Dio è codificata dall’uomo rinascimentale nei simboli matematici
del cerchio e della sfera espressi nelle chiese, in generale, dalle volte
e dalla cupola, in modo particolare dagli edifici a pianta centrale. Questi
accorti valori del pensiero matematico, introdotti nell’arte cristiana
per meglio comprendere il mistero divino, li troviamo nelle geometrie
del tempio della Madonna della Calvarola.
La pianta, elemento spaziale immediatamente percepibile nella sua forma
ottagonale irregolare, dà l’ impressione di un quadrato,
fortemente incisivo sullo sviluppo dell’edificio. Il quadrato regolare
manifesta l’ordine spaziale, la staticità in antitesi alla
dinamica del cerchio, il pensiero razionale, la misura delle cose immutabili.
Nel sacro simboleggia la conoscenza trascendentale, l’archetipo
che controlla tutte le opere, l’esistenza terrena, la perfezione
statica immutabile. Dal quadrato all’ottagono si raddoppiano i punti
nello spazio, i quali sono concepiti nel pensiero filosofico come la transizione
dal quadrato al cerchio. In architettura gli otto spigoli del poligono
sono qualificati come punti essenziali per sorreggere la cupola. Il numero
otto, spiritualmente, significa il paradiso riconquistato, la rigenerazione
dell’uomo di spirito e materia. Nel Medioevo i battisteri erano
innalzati su pianta ottagonale per simboleggiare il luogo della rigenerazione.
Nelle costruzioni a pianta quadrata, l’ottagono si forma collegando
i lati con l’introduzione dei pennacchi, settori murari curvilinei,
con i quali si costituiscono i punti di appoggio dell’anello di
volta. Infine la volta o cupola semisferica è simbolo universale
dell’unità celeste, in quanto circolare e sferica, è
l’abolizione del tempo e dello spazio. Il cerchio è definito
il cielo, il quadrato indica la terra, l’uno presuppone l’altro
e trovano l’espressione del significato figurato nella forma della
chiesa. L’equivalente dei due elementi incorporano l’armonia
dell’universo nella comprensione di Dio e della creazione.
Tra i ricordi decorativi di questo periodo rimane il quadro votivo che
ancora domina il centro della finta ancona dell’altare principale,
dipinto da un ignoto artista nel 1512 e siglato con la lettera “G”.
Un punto di riferimento, dalle rinnovate forme settecentesche, lo si trova
negli elementi architettonici del prolungamento del presbiterio, nell’inquadratura
della facciata e nell’innalzamento del campanile: a convalida è
la data 1701 incisa sul fronte della parete di quest’ultimo. In
aggiunta allo spazio chiesale vi è l’ampliamento della sacrestia
e due locali su due piani disposti dietro il campanile costruiti in funzione
abitativa, forse per il custode o per il soggiorno del sacerdote, da risiedersi
in occasione di particolari manifestazioni religiose.
I primi cinquant’anni del settecento sono impiegati nell’abbellimento
e nelle scelte iconografiche. L’autore, Pietro Scalvini, lascia
la sua impronta indelebile nella coloristica e nella figurazione, anche
la forma e la composizione si caratterizzano in quello stile personale
che lo porta tra i primi pittori bresciani dell’epoca. L’artista
firma le sue opere e la data che riporta su parti di affreschi ci suggerisce
la sequenza egli interventi. Nel 1737 rappresenta i quattro evangelisti
sui pennacchi della cupola centrale. L’autore dà vita ai
santi con una espressione che li coglie quasi di sorpresa, incantati ad
ascoltare un fruscio di vento che fa viaggiare la voce dell’ispirazione
divina. Due anni dopo firma e data 1739 la lunetta dell’abside;
qui la dinamica è di gruppo e con precisi tratti del disegno caratterizza
l’azione dei personaggi attorno alla tomba vuota della Vergine.
Bella e coinvolgente è la forza espressiva di S. Pietro, che in
primo piano sembra assimilare col suo corpo tutta la pietà e la
devozione degli apostoli e del popolo dei credenti. Nella cupola del presbiterio,
il pittore si avvale di un spaccato di cielo azzurro, nel quale il corpo
senza peso della Vergine è sollevato da un vortice di nubi e di
figure di angeli adoranti e musicanti. Nei pennacchi sono rappresentate
quattro giovinette in funzione allegorica dei quattro titoli più
belli dedicati alla Madonna, che sono “Pulchra luna”, “Electa
ut sol”, “Rosa mistica”, “Stella matutina”.
Sulla parete absidale, a completare l’altare e incorniciare il quadro
votivo in eleganti forme classiche e smaglianti colori, è dipinta
una finta ancona, formata da quattro colonne reggenti un timpano curvo
spezzato, sul quale sono adagiate due figure femminili con i simboli della
Carità e della Speranza e in basso, in piedi a fianco delle due
colonne, la Fede e l’Eucaristia.
Pietro Scalvini riprende a lavorare nel 1749 sulle due pareti della navata,
e realizza anche la grande pala raffigurante i SS. Firmo e Gaetano da
Thiene in gloria adoranti il Bambino Gesù, sospesi sopra un paesaggio
agreste. Il dipinto, eseguito ad olio su tela, è incorniciato da
spaziali architetture ingentilite da fiori ridondanti tra spaccati di
forme sinuose. Sulla parete di destra, la finta soasa d’altare ripete
lo stesso motivo di quella di sinistra, ma la tela contenuta risulta una
elaborazione di un dipinto cinquecentesco, sul quale lo Scalvini ha costruito
attorno al gruppo di figure il paesaggio del Golgota e in un angolo la
città di Gerusalemme. I personaggi della parte centrale della tela
sono la Madonna che regge sulle ginocchia il Cristo morto, con alla destra
S. Giovanni ed ai piedi del Cristo la Maddalena inginocchiata. Oltre la
soglia del portale, dentro gli aerei volumi, si coglie un’atmosfera
di serena quiete che invita al raccoglimento. Un colpo d’occhio
percepisce immediatamente un manifestarsi di forme e colori di grande
equilibrio, esaltanti figure in gloria che ispirano un profondo senso
reverenziale anche per chi non è toccato dalla fede. Il visitatore
è investito da colori e forme che vibrano nello spazio, luci e
ombre plasmano le dinamiche figure quasi esenti dal sostegno delle superfici
architettoniche, semplici ed eleganti, sulle quali si stabilizzano le
dinamiche dei corpi percependo lo spazio dilatato al di là delle
reali dimensioni.
La lettura iconografica dell’insieme e del particolare ci obbliga
a seguire due percorsi, l’interpretazione del singolo soggetto e
il racconto complessivo, seguendo la sequenza delle immagini. La prima
osservazione è riservata al presbiterio, spazio privilegiato della
chiesa, con le sue superfici decorate. Il punto focale è il piccolo
quadro votivo posto al centro della parete absidale, esaltato dalla classica
ed aerea finta soasa. Esso rappresenta la Madonna in trono con il Bambino
Gesù e S.Giovannino riverente ai suoi piedi. Il quadro, preso singolarmente,
ci trasporta nel più esemplare significato devozionale verso la
Madre di Dio. Nell’insieme del messaggio decorativo si concentra
il più alto significato simbolico che la teologia ripone nella
figura della Vergine come madre della Chiesa o la Chiesa stessa rappresentante
dei fedeli presso Suo Figlio. La finta architettura che fa da cornice
al dipinto è di per sè un ornamento ad un oggetto prezioso,
ma nel caso specifico assume la funzione di tempio: il corpo della Chiesa
tempio di Dio.
Nell’arcosolio della volta, il gruppo degli apostoli attoniti attorno
al sarcofago, rappresentano la chiesa terrena, i fedeli nella loro umanità
di semplici credenti, incapaci di capire il mistero della vita ultraterrena,
ma forti nella fede. Esso contempla il passaggio della morte alla vita
spirituale ed eterna, rappresentata dall’apoteosi dell’assunzione
della Vergine Maria, con il corpo umano che sale tra le sfere celesti
per essere accolto dal Padre, quest’ultima scena è affrescata
sulla cupola del presbiterio.
A destra c’è la tela con il compianto di Cristo, opera cinquecentesca
della scuola bresciana del Romanino, a suo tempo simbolo del mistero Eucaristico
per la scuola del SS. Sacramento. Successivamente fu ampliata per adattarla
nella finta soasa come l’altare di fronte. A sinistra la pala raffigura
S. Fermo e S. Gaetano in gloria, dipinta dallo Scalvini. Il primo personaggio
è ricordato come patrono degli animali domestici, figura che non
poteva mancare in un paese di origini agricole; molti ricordano la processione
con gli animali, che si svolgeva il 15 agosto, terminante sul sagrato
della chiesa dove il sacerdote impartiva la benedizione. L’altro
personaggio è S. Gaetano da Thiene fondatore dell’ordine
dei Teatini, protettore delle Suore Agostiniane di cui il monastero bresciano
di S. Croce faceva parte. Le cronache ci dicono che la madre del santo
sia stata una delle sostenitrici dell’ordine agostiniano femminile.
I due quadri sono incorniciati da finte ancone di finta architettura barocca,
strutturate su linee sinuose e compite da vasi ricolmi di fiori e ghirlande
esuberanti. Nella simbologia, come per la percezione visiva, il fiore
è la bellezza e la grazia terrena, è immagine della virtù
dell’anima, è gioia infantile, è regola di Cristo
nel paradiso terrestre. Nel suo inverso, è il principio passivo
dell’atteggiamento di chi riceve, è caducità di ogni
bellezza terrena poiché la sua fragranza dura poco, breve la vita
come l’umanità a confronto dell’eternità.
Opere da non trascurare sono le quattordici via Crucis dipinte dal Marchetti
e il quadro della flagellazione di Cristo, di autore ignoto, della fine
del diciassettesimo secolo di scuola veneto-emiliana. Le due tele poste
sulle pareti laterali del presbiterio, raffiguranti S. Pietro e S. Paolo,
sono copie di preesistenti tavole del tardo quattrocento già in
dotazione alla parrocchia.
Domenico Andreoli
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